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La prima volta — non me la ricordo —
che sono andato al cinema. Coi miei?
Ci sarà stata pure — me lo immagino —
sempre una prima volta!
Ci sarà
stata una volta di sicuro
prima per quando ho detto: “Mamma!”
per quando sono andato in bicicletta
senza ruotine,
la prima comunione,
la prima sofferenza, il primo graffio,
la prima volta che ho guardato il cielo
la prima volta che mi sono perso
al fondo irraggiungibile
di una passione ed ho ceduto al lato
oscuro della forza,
il primo giorno
di scuola elementare o dell’asilo
(va sprofondando
nel limo acquitrinoso dei ricordi —
né più né meno —
quanto quel primo di liceo che abbiamo
fatto bisboccia in tre in pasticceria
di rivederci solo per la gioia);
la prima volta in spiaggia a maraffone —
innamorato cotto —
che ho giocato per vincere ed ho vinto
(col mondo intero avrei fatto l’amore
in braccio a quel mio anno formidabile)
la prima (e unica) volta che esaltato
ho vinto a biliardino da campione
per poi scordarmi come avevo fatto
e vincere mai più.
La prima polluzione, il primo bacio,
il primo sangue che è sgorgato a fiotti
da una ferita, il primo accordo in strada
da un piano strimpellato alla finestra,
la prima che ho suonato la chitarra,
la mia prima versione di latino,
il primo viaggio in volo in aeroplano,
la prima volta che ho tradotto il greco,
il primo capitombolo, la prima
volta che sono salito all’Acropoli,
la prima che ho mangiato gli arancini.
Ma che lo dico a fare? Già lo sanno
davvero tutti che la prima volta
solo è un evento, la seconda è storia.
così non mette conto di contarle,
se non sono l’inizio di qualcosa.
Io, che non conto i giorni, i mesi, gli anni,
che senza un vero inizio e senza un fine
vivo come un relitto sulla spiaggia,
sballottato dall’onda di marea,
io qualche prima volta la terrei
tutta per me
tremula, speranzosa e, a volte, tenera
come la prima volta
che sono andato a letto tardi dopo
la mezzanotte a casa di mia zia
per chiacchierare con le mie cugine
e, intanto, guardavamo un episodio —
di certo — l’ultimo dell’Odissea
(rasserenante, quieto in bianco e nero)
e, intanto, io quieto e rasserenato
per quella vaga contentezza liquida —
tenue beatitudine —
che mi invadeva e che mi invade oggi
soltanto a ricordarla
di come fosse strano stare alzati
(e dire che oggi lotto con l’insonnia!)
e tanto più che il giorno dopo è stata —
in bianco e nero, tenue —
la prima volta che ho visto Ravenna.